Le origini - Parrocchia di San Marco Ev

PIAZZA BARBATO 1 - PONTE DI BRENTA - PADOVA
aggiornato il 12/10/2019
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Le origini

La storia



LE ORIGINI E CENNI SULL’ANTICA
ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA NEL PADOVANO



Ponte di Brenta, sulla via per Venezia, fa parte oggi del comune di Padova, anticamente invece era una località del villaggio di Noventa che, quasi certamente, era colonia romana e faceva parte della centuriazione che comprendeva non solo il comprensorio di Camposampiero e del Piovese, ma anche quello del Conselvano lungo la Via Annia Inferiore e finiva per estendersi fino ai piedi dei Colli Euganei.
In seguito alle invasioni barbariche e all'insediamento dei Longobardi e dei Franchi, Noventa continuò ad essere nucleo abitato, mentre la nostra zona, abbandonata, divenne boschiva, insieme ad altre aree limitrofe lungo il fiume Brenta.
Col tempo, proprietario del bosco, chiamato Selva del Brenta, diventò il vescovo di Padova.

Per ritornare ad essere territorio popolato, si dovette attendere la costruzione nel 1191 del ponte nuovo sul Brenta, che poi diede anche il nome alla località, e la «roncatura» cioè il disboscamento della selva che entrante il secolo XIV non esisteva più.
A voler il ponte, costruito in legno e nominato Ponte di Brenta in Noventa, fu il libero Comune di Padova per consentire un più rapido collegamento tra Padova e Venezia.
Del nuovo ponte sul Brenta parlano anche un'investitura del 9 settembre 1195 ed un'intimazione del podestà di Padova del 15 settembre 1196.


Il nuovo borgo sorse presso la testata occidentale del manufatto (quindi sulla riva destra del fiume) ed in origine era formato prevalentemente da famiglie di barcaioli.
Quando nel 1209 fu costruito un ponte sul Piovego  per unire il territorio di Noventa, rimasto tagliato in due dall'escavazione di quel canale, quest'ultimo ponte prese il nome di «Ponte di Noventa» e quello sul Brenta fu definitivamente chiamato «Ponte di Brenta», appellativo che rimase come toponimo del nuovo villaggio, anche se Ponte di Brenta in Noventa  fu usato almeno fin dopo il 1290, come è confermato da un documento appunto del 1290, in cui si parla di un certo «Domenico q. (=fu) Galvano di Ponte di Brenta in Noventa».
Il borgo di Ponte di Brenta in principio dipendeva ecclesiasticamente da Noventa che ne fu certamente la matrice. Manca la documentazione ma è probabile che la nostra chiesa sia stata separata da quella di Noventa già nel 1191, o giù di lì. Comunque la certezza assoluta che quella di Ponte di Brenta era considerata chiesa curata autonoma con sacerdote, patrimonio e confini propri, l'abbiamo soltanto dalla decima papale del 1297.

(nel disegno: contadini al lavoro nei campi "tratto da una miniatura medioevale")

È molto probabile che nella nostra zona, sede di accampamento di colonia romana, come a Padova, municipio romano, si siano stabiliti dei cristiani isolati - i cristiani erano numerosi tra i soldati romani - fin dai primissimi tempi del cristianesimo, anche se soltanto nella seconda metà del secolo III fu costituita la Chiesa padovana da S. Prosdocimo, suo primo vescovo.
Allora Padova era un'unica entità ecclesiale, comprendeva cioè potenzialmente sia la città che l'intero suo territorio. Padova era allora costituita: dalla città, delimitata dal fiume e dalle mura; dai Termini, costituiti dai sobborghi cittadini, corrispondenti in qualche modo all'attuale Comune; dall'Agro, corrispondente, grossomodo, all' attuale Provincia. Il vescovo, coadiuvato dai suoi presbiteri, ne aveva la giurisdizione generale e la cura d'anime immediata.
Man mano però che il cristianesimo si estendeva nella campagna padovana, vi sorgevano le Pievi che, pur restando sotto la giurisdizione generale del vescovo, avevano chiesa, territorio e beneficio propri ed anche sacerdoti addetti al culto che vi esercitavano la cura d'anime chiamati arcipreti.
Un po' per volta poi il vasto territorio delle Pievi andò popolandosi di Oratori, molto spesso fondati dalle Pievi stesse, ma anche da signori del luogo o da monasteri per andare incontro alle necessità spirituali di quanti abitavano nelle corti e nei villaggi.

Gli oratori erano piccole chiese edificate in luogo pubblico in cui privatamente si celebrava la Messa e si recitavano i divini Uffici. Solo la chiesa Cattedrale era considerata luogo di culto pubblico; in essa soltanto si custodiva l'Eucaristia, si trovava il Fonte Battesimale e si celebrava pubblicamente e solennemente la Santa Messa.
Negli oratori c'era soltanto un altare e questo portatile, cioè non fisso. Gli oratori inoltre non erano consacrati dal vescovo, ma erano semplicemente benedetti e dedicati al culto divino con rito semplice dai sacerdoti del luogo.
Anche molte di queste chiese un po' per volta finirono per avere territorio, beneficio e sacerdote propri.
Questo processo, per così dire di riproduzione cellulare, finì col restringere i confini della Pieve-matrice originaria, cioè la Cattedrale, al solo territorio circostante, vale a dire alla città ed ai suoi termini. E come il vescovo aveva mandato i suoi presbiteri per la cura spirituale dei nuovi cristiani nei quartieri della città e del suo circondario, così aveva provveduto ad inviare suoi sacerdoti nelle principali regioni dell' Agro padovano. Essi si chiamavano appunto sacerdoti regionari.
Questi sacerdoti dapprima si fermavano per uno o più giorni presso le famiglie dei nuovi cristiani per amministrare loro i Sacramenti, poi presero stabile dimora in case forse prese in affitto e in seguito acquistate.
Ufficio dei sacerdoti regionari, oltre l'impegno spirituale, era anche quello di raccogliere le decime, le oblazioni e le primizie che costituirono le rendite degli ecclesiastici per molti secoli.

Per motivi disciplinari e di equità, ad un certo punto della sua storia la Chiesa dovette intervenire per una giusta suddivisione dei beni ecclesiastici. Secondo alcuni questo si sarebbe verificato sotto papa Simplicio circa l'anno 467, secondo altri invece, più verosimilmente, sotto il pontificato di Papa Gregorio IV verso l'anno 828.
Così tutti i beni ecclesiastici venivano divisi in quattro parti: «per alimentare i poveri, per mantenere i sacerdoti, per vantaggio del vescovo (cui incombeva l'obbligo d'istituire ospizi per i pellegrini), per costruire e restaurare le chiese».
Tale disciplina andò in vigore anche a Padova entro il secolo IX, e da questa divisione e consegna dei beni in amministrazione ha avuto inizio il titolo di Rettore, ossia Parroco perpetuo, mentre prima in ciascuna cappella era semplice ministro, provvisorio e amovibile.

In città, la Cattedrale, «Pieve originaria» restò unica fin dopo il 1000. Di diritto ne era «parroco» il vescovo che di fatto si faceva sostituire nel servizio divino, nell' amministrazione dei Sacramenti e nella direzione dei sacerdoti addetti alla cattedrale dall'arciprete e dai canonici; donde il nome di «canonica» dato alla pieve cittadina.
In seguito però all' estendersi della città oltre le antiche mura, quegli oratori che nei secoli precedenti la pietà dei fedeli aveva eretto qua e là ed erano stati affidati come «tituli» senza diritto di funzioni liturgiche a sacerdoti «de cardine» (della cattedrale), dopo il 1.000, divennero «Capelle» con circoscrizione, popolo e patrimonio proprio, ma dipendenti dalla matrice che ne limitava l'autonomia. Questa però, da parrocchia unica, diventava allora parrocchia preminente. I sacerdoti che reggevano le cappelle, detti appunto «Capellani», vi celebravano la Messa, amministravano ai «propri fedeli», ad essi soltanto, l'Eucaristia, l'Estrema Unzione ed il Battesimo solo in caso di necessità cioè in pericolo di morte.
Le cappelle non erano ancora ecclesiae baptismales, cioè parrocchie nel senso completo e attuale della parola, ma lo stavano diventando.

Solo tra la fine del secolo XIII e l'inizio del secolo seguente, continuando la progressiva evoluzione, le cappelle urbane divennero «baptsimales» e quindi parrocchie pleno jure con pieno diritto, per lo più sotto l'immediata direzione dell' arciprete della Pieve o della Chiesa matrice.
Perché questa distinzione tra Pieve  e Chiesa matrice? Perché una chiesa poteva essere pieve senza essere madre di altre chiese, ed una chiesa poteva essere matrice senza essere pieve.
La Cattedrale, come s’è detto pieve originaria, passò allora da uno stato di preminenza effettiva ad uno stato di preminenza onoraria, attestata dal perdurare, qua e là, di alcune riverenze verso la matrice talvolta fino ai nostri giorni. A Padova, per esempio, non si battezzava nelle parrocchie cittadine dal Sabato Santo fino all' ottava di Pasqua, se non in caso di necessità: per il battesimo i bambini dovevano, in quei giorni, essere portati in cattedrale; tale  consuetudine venne abolita appena nel 1927.  

Anche nella campagna padovana si passò attraverso la progressiva evoluzione analoga a quella cittadina, da oratori a cappelle, da cappelle a parrocchie: ciò che la cattedrale fu per gli oratori e le cappelle della città e del suburbio, lo fu la Pieve o la Matrice per gli oratori e le cappelle dell' Agro Padovano, con questa sola differenza: le pievi divennero chiese battesimali, cioè autonome dalla Cattedrale, molto tempo prima delle parrocchie urbane. Ciò è dimostrato da un documento dell'8 febbraio 855 in cui Ludovico II, re franco, concede protezione ed immunità a Rosio, vescovo di Padova, per la Chiesa Padovana.

In concreto dunque, per quanto ci riguarda Noventa fu la chiesa-matrice che organizzò la prima comunità cristiana di Ponte di Brenta, ne delimitò i confini, ne sostenne l'assistenza religiosa - prima forse per mezzo di un suo sacerdote, poi assicurandole un sacerdote proprio - e la fornì di un edificio di culto, sempre con l'approvazione e sotto la giurisdizione della Pieve di Torre che era la sua Pieve-matrice: una delle più antiche della Diocesi, sorta in epoca bizantino-longobarda.


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