Spigolature - Parrocchia di San Marco Ev

PIAZZA BARBATO 1 - PONTE DI BRENTA - PADOVA
aggiornato il 03/11/2019
PIAZZA BARBATO 1 - PONTE DI BRENTA - PADOVA
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Spigolature

La storia
Parroci e cappellani
1/b
Dalla consultazione dell’Archivio parrocchiale, il primo parroco di cui si ha notizia è Pré Antonio che iniziò il suo mandato nel 1297; da allora si arriva a scorrere il nome di altri 29 parroci. Contando solo quelli conosciuti (quindi in una scaletta incompleta), il nostro don Renzo è dunque il trentunesimo. Egli regge la parrocchia dal 3 Ottobre 1999.
Gli ultimi cinque parroci che in poco più di un secolo hanno preceduto don Renzo, sono stati: don Carlo de Poli (1891-1924) don Pietro Crivellaro (1924-1941), don Francesco Peruzzo (1941-1947), don Carlo Zennari (1948-1971) e don Albino Zanon (1971-1999).
I primi due cappellani di Ponte di Brenta rintracciati nei documenti, sono stati Corradino (1297) e Prosdocimo (primi del 1300). Se ne possono contare altri 85, citati per nome e con la durata del mandato. Quindi 87 in tutto.
I parroci ed i cappellani passati per Ponte di Brenta, certamente sono stati di più considerando la lunga storia della parrocchia. In passato però, soprattutto fin dopo l’inizio del 1500, non si era usi a registrare tutto con scrupolo e per di più i registri canonici del XVII secolo  non sono completi.
Fino al 1525 è stato possibile individuare solo due parroci, mentre dal 1525 in poi la lista è completa. Per i cappellani invece i “buchi” sono maggiori.

L’Ospizio di San Daniele
1/c
Nei primi decenni del 1300 sorse a  Ponte di Brenta, attiguo alla chiesa,  un ospizio intitolato a San Daniele, allo scopo di dare ospitalità ai viandanti, pellegrini e ammalati. Una suggestiva ipotesi attribuirebbe la fondazione della struttura addirittura al famoso Enrico degli Scrovegni (1254 c.ca – 1336) che sappiamo aveva acquistato nel nostro territorio, all’inizio del secolo, 400 campi arativi.
L’ospizio aveva oratorio ed orto propri ad uso dei malati. I suoi beni  erano amministrati dai Massari della confraternita di San Daniele, sotto l’autorità della “Fraglia della Fabbrica” fin quando, poco prima del 1655, i massari di quest’ultima rinunciarono alla proprietà, anche a causa di discordie interne. Cedettero quindi l’Ospizio al comune di Padova il quale vi installò un suo priore a vita, cittadino nobile eletto dal Consiglio.
L’istituzione ebbe alterne vicende: nel 1572 disponeva di 12 letti; nella visita pastorale del 25 ottobre del 1598 venne dichiarato “per negligenza dei responsabili” inabitabile e riscontrato senza letti; nel 1613 fu rimesso in funzione con 8 letti che nel 1741 si risussero a soli 4.
Cessò la propria benefica attività verso l’anno 1778, quando le sue rendite passarono all’erigendo ospedale Giustinianeo di Padova (l’attuale Ospedale Vecchio), iniziato appunto nel 1778 e aperto nel 1798.


Le “Fraglie” o “Confraternite religiose”, ricchezza della parrocchia
1/d
Superato il feudalesimo, a partire dal sec. XII con l’avvento dei liberi comuni, in Italia s’incoraggiò il sorgere delle “Fraglie” di arti e mestieri.
Anche in campo ecclesiale cominciò a fiorire qualcosa di simile: le “Fraglie o Confraternite religiose” che avevano scopi prevalentemente formativi, ma anche caritativi e di suffragio per i soci defunti.
Ogni confraternita aveva un proprio statuto, dei massari che la governavano, un santo protettore e in chiesa un altare presso il quale venivano compiute le particolari devozioni.
Tutte le parrocchie avevano le confraternite, che, fra l’altro, durarono parecchi secoli ed ebbero notevolissima importanza nella vita spirituale del Paese, ma nel padovano nessuna parrocchia ne ebbe tante quante quelle della nostra parrocchia.
La prima in assoluto, anche per importanza, fu la “Fraglia della Fabbrica” che concorreva a tutte le spese e dalla quale dipendevano, soprattutto economicamente tutte le altre confraternite.
Seguirono poi la “Confraternita del Santissimo” sorta nella prima metà del Cinquecento; la “Confraternita della B.V. del parto” che per scopo principale aveva quello di ottenere dalla Madre di Dio particolare protezione per le partorienti e per i nascituri; la “Fraglia di San Daniele” che amministrava e dirigeva l’Ospizio di San Daniele; la “Confraternita della B.V. del Rosario”; la “Fraglia del Suffragio dei Morti” fondata nei primi decenni del Seicento; la “Confraternita della Dottrina Cristiana”, praticamente risalente al 24 maggio 1620, allorquando il Servo di Dio p. Antonio Maria Cortivo, fondatore della Congregazione dei Filippini, introdusse a Ponte di Brenta un Oratorio di Donne per la Scuola della Dottrina Cristiana a favore dell’istruzione religiosa dei fedeli.
Oltre a quelle citate, furono istituite due confraternite in sostituzione di altre già esistenti: la “Confraternita di San Sebastiano e San Rocco” (e in seguito soltanto di San Rocco) al posto di quella di San Daniele, dopo la cessione dell’Ospizio al Comune di Padova; la “Confraternita del Crocifisso” al posto della Confraternita della B.V. del parto, quando sull’altare la statua appunto della B.V. del parto fu sostituita dal Crocifisso.
Le ultime in ordine di tempo furono: la “Confraternita di Sant’Antonio Abate” che ebbe una vita brevissima: sorta nel 1759 venne abolita nel 1786, appena dopo 27 anni; la “Pia Unione di S. Andrea Avellino, protettore contro i colpi apoplettici”, istituita nel 1803.



Un parroco intraprendente
2/d
Pré Matteo è il sacerdote che si trovava a Ponte di Brenta il 9 settembre 1453, durante la visita pastorale del vescovo di Padova, il veneziano Fantino Dandolo.
Non c’è certezza ma pare che sia stato proprio questo parroco ad ottenere il Fonte Battesimale con la conseguente elevazione a parrocchia della nostra chiesa. Evento importante che consentiva “l’affrancamento” dalla chiesa-madre di Noventa e assicurava autonomia.
Una visita pastorale andata ….buca
1/e
Il 14 maggio 1572 il vescovo di Padova Ormaneto venne a Ponte di Brenta in visita pastorale, ma … “intanto, in quell’occasione, il vescovo non trova né il parroco pré Giovanni Pilotto, assente da cinque mesi (il motivo non è dato di sapere), né il suo cappellano (di cui non conosciamo il nome) salito ad Asiago per affari: la parrocchia era in mano dei Massari. La chiesa però era in buono stato e adornata di molte pitture, affreschi e pale d’altare….” (Arch. vesc. di Padova).
E vista l’impossibilità di intrattenersi con i sacerdoti della parrocchia, il vescovo si fermò a visitare per bene la chiesa che poi venne descritta nella relazione.




Il primo “don”
2/e
Fin quasi alla fine del 1500 i sacerdoti erano qualificati con il prenome di “pré” (da presbyter, cioè sacerdote). Dai documenti parrocchiali risulta che l’ultimo ad essere chiamato così sia stato pré Giovanni Pilotto (1569-1585).
Il parroco che nella storia di Ponte di Brenta troviamo chiamato “don” per primo, alla spagnola, è don Giovanni Battista Stella (1586-1596).
Questo sacerdote è nominato nel Cronicon come fondatore della Confraternita della B.V. del Rosario, per aver arricchito l’altare maggiore con un tabernacolo e con una pala lignea di cui non si sa altro, salvo che rappresentasse S. Marco e S. Daniele e che fosse opera di un tal “Ms. Luca Meolo”, sconosciuto.
Il tabernacolo fu costruito con “i danari della Fabbrica et la palla con la pittura e tutto il resto fu fatto con i danari de gentiluomini et altre persone devote…”.





1597: La comparsa dei Libri Canonici
3/e
Don Lorenzo Gabrielli (1597-1602) è il parroco che ha iniziato, come disposto dal Concilio di Trento, i Libri Canonici, cioè la registrazione dei Battesimi, dei Matrimoni e dei Morti.
Se abbiamo tutti i Libri di Battesimo e di Matrimonio, quelli dei Morti sono invece incompleti. Nell’archivio parrocchiale il primo defunto registrato risale al 1635. E’ evidente che prima ce ne deve essere stato almeno un altro, poi andato perduto o migrato in altri archivi, forse in Curia.
La registrazione del primo atto di Battesimo:
“Adì 26 di settembre 1597. Fu battezzata da me Pré Lorenzo Gabrielli Rettore della chiesa di San Marco del Ponte di Brenta Paolina figlia di Marco Antonio Vicentino e di Lucia consorte. Il compadre fu il Calr.mo Sig. Giovan Matteo Bembo, la comare Marietta Sibotta”.
Ai nostri giorni il compare e la comare vengono più elegantemente chiamati padrini.
La registrazione del primo atto di Matrimonio:
“Adì 16 di ottobre 1597. Nella chiesa Parrocchiale di S. Marco del Ponte di Brenta, fatte le solite pubblicazioni secondo l’ordine del Sacro Concilio di Trento, io Pré Lorenzo Gabrielli Rettore della sodetta chiesa ho congiunto in Matrimonio Tiberio Favaro e Jacoma Cecata non essendosi scoperto impedimento in alcun modo. Presenti Daniel Cararo e Francesco Barbiero Testimonii chiamati da me Pré Lorenzo ut supra”.





Un furto perpetrato nottetempo

1/f

Un brutto episodio accaduto nel 1600:
“L’Investiture, gl’Instrumenti e Lassi (=lasciti) non li mostreremo perché (sii detto con modestia) (cioè parliamone poco per amor di Dio) del 1600 doi Frati da Noventa in tempo di notte rubarono lo scrigno ove erano tutte le scritture e acquisti di detta Fabbrica (=della chiesa) e posto nella Sacrestia con tutto il dinaro (che) si ritrovava, Calici e Croci d’argento ad impulso e persuasione di chi per riverenza si tace, e furno le scritture con il scrigno in corte del Monastiero di Noventa abbrugiate come si può vedere dal processo che habbiamo fatto formar del 1616”.
Di chi mai ci si può fidare?

L’orologio di San Lazzaro

2/f  
In passato, nei dintorni di Ponte di Brenta, solo San Lazzaro aveva sul campanile della chiesa vecchia (tuttora in piedi, pur se sconsacrata e mortificata dall’uso che ne è stato fatto) un orologio simile a quello del campanile della nostra parrocchiale.
Dopo qualche tempo dalla sua installazione, a quell’orologio però caddero le lancette che per sua disgrazia non vennero più sostituite.
Questo fatto ha generato un modo di dire rimasto in uso fra i giocatori di briscola della nostra zona, che  riferendosi all’asso di denari, abitualmente chiamano quella carta “l’orologio di San Lazzaro” per similitudine della figura dell’asso con il quadrante dell’orologio privo di lancette.

Due record

3/f


Don Antonio Maria Bussoni di Lendinara fu parroco di Ponte di Brenta soltanto per circa due mesi. Perché abbia retto la parrocchia per così poco tempo non è dato di sapere. Sta di fatto che don Bussoni ha il primato, fra i parroci conosciuti, del mandato con minor durata.
Chi, al contrario, ha conservato più a lungo la titolarità della parrocchia, sempre fra i parroci conosciuti, è stato don Giovanni Bartolomietto: ben 50 anni, dal 1639 al 1689, anche se la parrocchia, forse a causa di una lunga malattia del parroco, dal 1665 al 1672 fu guidata per così dire in forma commissariale per mezzo di coadiutori od economi.
Questo sacerdote fu un vero pastore, diligente e zelante; amò il decoro della casa di Dio, arricchendola di suppellettili, vasi e paramenti sacri; raccolse, custodì e tramandò le memorie della sua parrocchia in un prezioso libretto, scritto nel 1655, che ha per titolo “Inventario di tutte le Robe e Suppellettili della Chiesa di S: Marco del Ponte di Brenta”, ricopiato integralmente nella Cronistoria parrocchiale.

Il “secchiaretto” , il “secchiello”, le “casse” e “l’armaro con le casselle” della sacrestia

4/f


Don Giovanni Bartolomietto nel suo “Inventario di tutte le Robe e Suppellettili della Chiesa di S. Marco del Ponte di Brenta” descrive in modo accurato la sacrestia:
“La Sacrestia della chiesa è assai comoda tutta fatta a volto dalla parte di mezzodì con una sola finestra coi suoi vetri e ferri (=inferriata). Ha il suo secchiaretto di pietra di Nanto col suo secchiello da lavarsi le mani. Ha doi casse da tenir dentro la roba di Chiesa però di pezzo. Un grand’Armaro con quattro casselle grandi da tenir le Pianette e Camisi, et poi otto Cassettini fatti l’anno 1642 da tenir velli da calici velli da Cristi, et un loco da tenir i Calici che s’adoperano presentemente con un Cassettino da Purificatorii ecc. et un altro loco in Muro da tenir l’Argentaria tutta fatta far da me l’anno 1647”.

Confusione amministrativa

5/f
Nella prima metà del Seicento, la Fraglia del Suffragio dei Morti si trovava in piena baraonda amministrativa che stando a quanto scritto durò per una ventina di anni:
“…Questa Fraglia molti anni sono che incominciò; possono essere 35 circa (verso il 1620), ma ha avuto il suo splendore l’anno 1640 con nova riforma poiché né si teneva conto delle Messe, et li soldi erano portati a casa: era piuttosto una confusione che altro, ma con l’aiuto di Dio hora (nel 1655) s’attrova in tutta perfezione havendo fatto comprar una Notarella (= libro di cassa) ove si nota il speso; fatto poner la Cassella in Chiesa dove sono posti i danari, senza esser tochati…”
Da sperare che si trattasse soltanto di confusione
.

…Gittato in un cantone

6/f

Scrivendo nel 1655 il parroco don Bartolomietto così si sfogava contro la Famiglia Giovanelli a causa di un affitto che non intendeva pagare alla chiesa di Ponte di Brenta:
“..Ma perché io gramo (=ammalato) ero absente (contra absentes omnia juria clamant) (=tutti i diritti sono contro gli assenti) ero gittato in un cantone, più di me non si curava…”.

Ponte di Brenta nel ‘600 era famosa per l’insegnamento della Dottrina Cristiana

7/f


Don Giovanni Bartolomietto (parroco dal 1639 al 1689) scriveva con orgoglio a proposito dell’insegnamento in parrocchia della Dottrina Cristiana che “…adesso (1655) …a Ponte di Brenta è in tal  splendore che passa non solo le maggiori della Diocesi, ma gareggia come le prime della città medesima di Padova…”
In quegli anni la dottrina era frequentata “…ogni domenica da 300 fanciulli tra putti e putte anco dalle ville circonvicine;…” e “…vi sono putti e putte così studiosi, che con l’occasione d’imparar la dottrina imparano legger, et sono studiosissimi, et questo se vede dal frequentar che fanno non solo la detta dottrina, ma vi è più i Vespri, il Rosario la Compieta, cose tutte che si cantano ogni festa; et sempre si trovano putti con i suoi officietti in mano che rende grazioso spettacolo et è di somma edificazione…”
Alla domenica si distribuiscono anche santini e regali, soprattutto ai più bravi: “poiché ogni prima domenica di certo si dispensano i Santi (=santini) e se ne danno non solo a tutti putti e putte che sono presenti, ma anco a tutti gli huomini e donne che si trovano in chiesa; ogni domenica poi si dispensano i Santi in particolare e si danno a quelli che interrogati di qualche cosa sono più presti a rispondere bene; a quelli o quelle che disputano se li danno non Santi ma Agnus Dei  (=oggetti di devozione), corone et alle putte anco scarpe, cordelle e veli…”
L’insegnamento della dottrina doveva godere proprio di gran fama perché: “…La frequenza del popolo che non solo dal Ponte di Brenta ma dalle ville circonvicine si porta ogni domenica alla chiesa del Ponte per veder consultar et osservare le suddette cose è assai considerabile perché si vede d’ogni stato di persone anco da Padova trasferirsi a posta al Ponte e mossi dalla fama della Dottrina Cristiana, et del modo d’insegnarla che ognun però parte consolato…”
In quell’anno i ragazzi erano distribuiti in dodici classi e oltre che dal parroco, erano seguiti da 48 "operari/e" (insegnanti d’ambo i sessi).

Per riscuotere il parroco manda anche gli sbirri
8/f
Il 20 aprile del 1684, il parroco don Giovanni Bartolimietto annota in calce all’inventario dei beni della parrocchia: “Scode (=riscuote) il Parocho di primizie mezzo staro (=staio) per ogni famiglia che ha fuoco, in tutto stara ottanta de formento in circa anno per anno; il quale si scode con gran pazienza che molti o per povertà o per malizia durano fatica a pagare, che necessitano mandarli i Zaffi (=sbirri) a gettarli giù le porte anco per essere pagati

Un difensore del suo popolo

9/f


Don Andrea Bonetti resse la parrocchia di Ponte di Brenta 47 anni e una manciata di mesi, dal 1689 al 1736.
Fu un parroco dalla spiccata sensibilità sociale, tanto da istruire il primo settembre del 1700 un “Processo informativo del privilegio antico di questo Popolo circa l’esenzione del Dazio, Macina, Boccatico e Carri”. Evidentemente si dovettero vincere grandi resistenze, perché l’azione di don Bonetti ebbe successo solo 23 anni dopo.
Don Bonetti morì dopo 6 giorni di febbre, al’età di 76 anni e fu sepolto nel coro della chiesa.
Due parole sulle tasse indicate:
“Dazio”, è imposta che oggi si applica sui consumi gravanti sulle merci che provengono da stati esteri ma che in passato pesava anche sul passaggio di merci da un comune all’altro (i più anziani la ricordano ancora).
“Macina” o imposta sul macinato, è stata una imposta largamente in uso nei sec. XVI, XVII e XVIII e prevedeva il pagamento di un tanto per misura di grano macinato.
“Boccatico”, è stata una imposta di origine medioevale (a volte detta anche “testatico”) che moltiplicava la quota fissata per il numero degli individui (bocche - da qui boccatico - o teste) di una famiglia. Il boccatico era contrapposto ad un altro tipo di imposta: il “focatico” che prevedeva il pagamento per fuoco o famiglia di un tanto fisso, indipendentemente dal numero dei componenti il nucleo familiare.
“Carri”, era una imposta basata sul passaggio di carri sulle strade e sui ponti.

Gli “abati cappellani”, scarso esempio di rigore morale
1/g

Ponte di Brenta fu sempre sede privilegiata di villeggiatura da parte di famiglie nobili di Padova e di Venezia. Una ventina di queste famiglie ebbero anche ville nel paese con annesso oratorio privato o semipubblico.
Ognuno di questi oratori era dotato dei paramenti e dei vasi sacri necessari per la celebrazione della Messa; avevano l’altare (solo benedetto, mai consacrato) e il tabernacolo, se c’era, non aveva la facoltà di conservare il Santissimo. Alla domenica vi si celebrava la Messa a comodo dei nobili e dei contadini affittuari dei loro poderi.
Le ricche famiglie provvedevano al mantenimento d’un sacerdote che spesso s’occupava anche dell’istruzione dei loro figli come “aio” (=precettore, maestro) oltre, naturalmente, a prestare il servizio religioso nell’oratorio.
Tali “abati cappellani”, che godevano d’uno stipendio più che sufficiente e sicuro, spesso non davano un buon esempio di vera pietà e di rigore morale: provenivano da paesi fuori diocesi, vagavano alla ricerca delle più vantaggiose mansionerie, erano dotati di ben scarsa formazione teologica e sacerdotale, portavano “vesti corte” (indossavano cioè vestiti borghesi), senza veste talare, nemmeno quando celebravano Messa, non si prestavano per l’insegnamento catechistico in parrocchia, amavano la buona mensa, il gioco e la caccia ….
Alla fine queste chiesole erano molto dispersive per la vita comunitaria perché i fedeli vicini ad esse per comodità erano portati a frequentarle, estraniandosi in tal modo dalla parrocchia e sottraendosi, fanciulli e adulti, dall’insegnamento catechistico che veniva impartito soltanto in parrocchia

Il battistero spostato

2/g


Nella seconda chiesa il battistero, giudicato bellissimo da don Bartolomietto, si trovava a sinistra dell’ingresso, ma in quella di don Leonati venne spostato al lato opposto. La vasca del fonte battesimale, in pietra di Custoza, ha “appena” 250 anni c.ca mentre la colonna che la sostiene, la sola parte superstite del battistero della chiesa quattrocentesca, è molto più vecchia: porta incisa la data di costruzione, 1582.
Nient’altro si sa degli antichi fonti battesimali.

Pittori all’opera

3/g


Sul marmorino originale del 1747 delle pareti della chiesa, si sono sovrapposte nel tempo ben sei tinte, nel 1775, 1803, 1874, 1899, 1927 e 1957. All’incirca una ogni quarto di secolo, salvo i 71 anni intercorsi fra il 1803 e il 1874.
L’ultimo restauro è stato fatto, come molti ricordano, 29 anni fa, nel 1983, dopo 26 anni dalla tinteggiatura del 1957 e questa volta con il dovuto rispetto dello stile della tinta originale.

Per grazia ricevuta

4/g


“Nell’anno 1756 il dì 17 Agosto alle ore 17 sbuccò fiero turbine (=tromba d’aria) che dopo aver gettate per terra case e chiese, e spiantati alberi e causati altri innumerevoli danni, giunto a Padova, rovesciò il palazzo della Ragione.
Passato sopra questo Ponte non recò alcun danno, sebbene n’abbia recato degli altri gravissimi in altri luoghi posteriormente a noi, come n’avea causati anteriormente. Qui smosse solo un poco la cuppola del campanile, e gettò due pilastrelli laterali della stessa.
Da quell’anno in poi si è sempre fatta in questa chiesa l’esposizione del Venerabile (=Santissimo) in rendimento di grazie con apparato di mano in mano sempre più maestoso fintantoché giunse a quella perfezione in cui si trova presentemente, attraendo a questa devotissima maestosa Funzione popolo da tutti i paesi circonvicini, ed anche da Padova.” Così il Cronicon. E dalla solennità e importanza conferita  al rito di ringraziamento, c’è da credere che quel 17 Agosto gli abitanti di Ponte di Brenta se la siano vista veramente proprio brutta.
Ecco com’è descritta la “devotissima maestosa Funzione”:
“Circa alle ore 11 si canta la Messa votiva solennissima del SS.mo Sacramento colla sola seconda Orazione pro gratiarum actione sub unica conclusione. In questa Messa si consacra per l’Esposizione. Finita che sia e fatto un giro o Processione per la chiesa cantando il Pange lingua, si espone il Venerabile sopra l’alto Espositorio (=il “tronetto” o “residenza” posto sull’altare, appena sopra il tabernacolo) a ciò preparato. Stava ivi esposto a tutte le ore del giorno, e per ciascun’ora stanno all’adorazione un sacerdote con cotta e stola, ed un Guardiano di San Giuseppe con la sua cappa.
All’ore 17 in cui sbuccò il turbine si suonano tutte le campane, e si fa dal pulpito un colloquio al SS.mo. Il dopo pranzo (cioè cena) un discorso morale, indi il Te Deum coll’orazione pro gratiarum actione, il Tantum ergo, e la Riposizione circa l’ore 24”
.

Arredi in dotazione

5/g


Sempre a proposito della Fraglia del Suffragio dei Morti. Ecco di quali arredi era dotata:
“…Questa Fraglia ha una Notarella, un Bussolo (=un contenitore di legno per le pallottoline, bianche e nere per le elezioni dei Massari), doi doppieri (=candelabri a più candele) un panno da morto negro (per coprire le bare durante i funerali), li suoi candelotti negri, il suo Confalon (detto Penello) con la morte depenta, la sua cassella in chiesa, e una morte…”
Questo nel 1655. Oltre cento anni dopo la dotazione si arricchisce:
“Essendo Guardiano Antonio Fiorotto fu comperata nell’anno 1777 la Mazza d’argento travagliata (=lavorata) da sig. Felice intagliatore, la quale è per uso di quello che vestito di veluto di seta dirige la Processione del Suffragio, ossia della Scuola Cappata. Costò Lire centosei”.

Un funerale a furor di popolo

6/g

Dal Libro dei Morti: “Adì 7 Dicembre 1781 (in realtà l’atto fu steso, come si vedrà, da don Miotti il 24 Maggio 1782). Il Rev.mo sig. D. Antonio Boldrini fu Parroco di questa Chiesa sin dal Dicembre 1751 per anni trenta, dopo di aver governata con grande zelo, dottrina, integrità e frutto questa parrocchia, in età di anni 69 c.a. in casa parrocchiale (cioè in canonica), nella comunione di S. Madre Chiesa premunito dei Ss. Sacramenti della Penitenza, del S. Viatico ed Estrema Unzione, colla benedizione papale e raccomandazione dell’anima, assistito dal Rev. Sig. Don Giuseppe Rizzi Modenese Cappellano Curato, morì di febbre putrida (=febbre di tipo tifoide o il vero e proprio tifo definito allora febbre maligna pestilenziale. Si accompagna a generale debolezza ed alla dissoluzione e putrefazione del sangue e degli organi interni colpiti) il 6 detto all’ore 14 c.a.”.
Bisognava provvedere al funerale ma qui ci fu una gran ribellione dei parrocchiani: don Paolo Menato, l’arciprete di Torre (Pieve-matrice di tutte le chiese della zona) pretese di officiarlo, affermando che era suo diritto perché per importanza la chiesa di Torre era al di sopra delle altre. Probabilmente quel diritto  lo manifestò un po’ troppo rudemente (ma ci doveva anche essere della vecchia ruggine nei rapporti  tra le due comunità per cui ogni occasione era buona per le ripicche). Sta di fatto che la cosa non fu di gradimento degli abitanti di Ponte di Brenta.
Il Cronicon continua: “Il di lui cadavere, dopo sedata la sollevazione del popolo che non volle per verun modo che lo seppellisse il Sig. Arciprete di Torre Don Paolo Dott. Menato, e fu sedata colla cessione di esso Sig. Arciprete ed elezione ad hunc finem (=per questo scopo) del più vecchio della Congrega Don Paolo Dott. Bazzetta Rettore di Noventa, essendo Economo il Rev. Sig. Don Gaspare Boldrini che per essere nipote del defunto non ebbe cuore di dargli sepoltura: il suo cadavere, dissi,  avendogli fatto il funerale la Scuola Cappata di San Giuseppe che lo accompagnò con pompa, fu seppellito dopo i tre Notturni e la Messa solenne coll’Organo, dietro l’altar maggiore il dì 7 Dicembre 1781 coll’assistenza di tutti i parrochi di Congregazione e altri sacerdoti, in una bucca scavata direttamente per esso.”

Ma lo sgarbo subito non andò giù all’arciprete di Torre perché la cosa non finì lì: celebrato o no, il funerale gli doveva essere riconosciuto e si andò in lite. Furono coinvolte le autorità perché il Cronicon così conclude: “Il dì poi 24 Maggio 1782, nato prima litigio tra il suddetto Arciprete di Torre e l’Economo suddetto e questa Comunità …..(omissis) ….. dall’Ecc.mo Avogardo Minotto, come dalla sentenza esistente in Archivio, fu deciso che avendo fatto il funerale la detta Scuola, non potesse nulla pretendere.
Così io D. Giovanni dott. Miotti novello Rettore (=parroco), essendosi fino oggi lasciato in bianco questo foglio (quello del Registro dei Morti)”.
E finalmente, il povero don Boldrini fu per sempre lasciato in pace.

Mascoli e Rochettoni contestati

7/g


Continuando a restare sulla Fraglia del Suffragio dei Morti. Il 27 Ottobre 1783 il Guardiano della Fraglia, tale Gio Batta Romanello, acquistò per la Fraglia stessa 24 Mascoli (=mortaretti) e 28 Rochettoni (=razzi matti) per una spesa di Lire 512 “a ragion di soldi 24 alla lira”.
La spesa però fu arbitraria in quanto non autorizzata dai Confratelli i quali decisero di non farla passar liscia al loro capo. Si passarono alle vie legali per arrivare il 28 Ottobre 1785 a una transazione. Non si conosce la composizione del patteggiamento; si sa soltanto che Il Romanello per questa storia perdette la carica.

L’alluvione del 1786, quando il Brenta passava in piazza Barbato

8/g


Scrive don Miotti: “Il giorno 5 Novembre 1786 in cui effettuò Mons. Patriarca la consacrazione del nuovo altare (dei Santi Parroci) fu uno dei più caliginosi e piovosi che unito a due giorni antecedenti e due posteriori e susseguenti causò nel giorno dei 7 consecrato a S. Prosdocimo nostro primo vescovo, e molto più agli 8, tale escrescenza d’acque nella Brenta che sormontava le mura che di fronte sono a difesa della chiesa e canonica.”

Il Brenta era tracimato anche l’anno prima, ma niente che a vedere con quanto successe in quel 1786. Il parroco continua: “… fece una rotta tra le molte altre a S. Vito, ed andò l’acqua fino a quella canonica dell’altezza di un piede (35 centimetri). Cosa non più veduta a memoria d’uomo, né più intesa.
In questo paese per la rotta del canale alla parte di Padova giunse l’acqua fino all’ospitale nostro, e poco vi voleva che non toccasse la canonica. Del che non si ha memoria da uomo vivente. Ai poveri parrocchiani, e agli altri delle circonvicine ville, porsero aiuto Mons. Patriarca Giovanelli, anch’egli sequestrato nel suo palazzo di Noventa, e gli altri gentiluomini di questo luogo anch’essi sopraggiunti dalle acque. Esercitò principalmente la sua carità con farina e danaro spedito ai parroci S.E. Catarin Corner Podestà di Padova.
Io poi nell’ultima sera dell’Ottavario dei Morti ho raccomandato ed applicata la limosina di lire cinquanta pei poveri del paese inondati o pregiudicati dalle acque”.

Il nuovo organo

9/g

L’organo del veneziano Giacinto Pescetti non doveva essere proprio perfetto e degno della nuova chiesa, se don Miotti pensò bene di sostituirlo.
Così il 12 Marzo del 1787 il parroco, insieme ai Massari della Fabbrica della Chiesa, commissionò un nuovo organo al “Professor d’Organi” Gaetano Callido di Venezia.
Lo strumento “fatto con i più perfetti materiali che si può trovare in Venezia e lavorato con tutta diligenza e sapere dal Professore” doveva essere approntato per il 25 Aprile dell’anno successivo, festa di San Marco. Tutto il materiale sarebbe stato portato, via fluviale, da Venezia fino al Ponte di Noventa a spese del Callido e da Noventa a Ponte di Brenta a spese della parrocchia.
Il costo ammontò a 600 ducati (3.820 lire veneziane) e venne liquidata con un anticipo di 200 ducati “messo che sarà l’organo”, cioè a strumento posto in opera e funzionante, con saldo entro il mese di Aprile 1792. Inoltre restarono a carico della parrocchia  “alloggio e cibarie” del costruttore e dei suoi operai (“giovani dieci”) per il tempo occorrente all’installazione.

L’archivista

10/g

Una delle preoccupazioni di don Miotti (e conseguentemente uno dei suoi meriti) fu quella di mettere in ordine l’archivio parrocchiale.
Scrisse 416 facciate del Cronicon descrivendo “Le cose, suppellettili, effetti, beni stabili, e mobili spettanti alla Chiesa, Fabbrica e Benefizio di questa Parrocchiale di Ponte di Brenta, raccolte con diligenza e fedeltà da carte volanti, da libri pregiudicati ed offesi, da ricevute disperse, da notarelle ed altro ch’esisteva nell’Archivio vecchio e presso i Massari e Guardiani delle Scuole, da me Giovanni Miotti Rettore, all’occasione che si è fatto il nuovo Archivio in questo anno 1787.
Ho dato principio a questa trascrizione, raccolta ed opera laboriosissima il dì primo ottobre 1787 e col divino aiuto la ho condotta al fine di dì 3 Gennaio 1788 giorno di San Daniele protettor di questa Chiesa.”
Fino alla data citata, don Miotti scrisse 273 pagine. Successivamente e fino alla sua morte (Aprile del 1821) ne scrisse altre 143.
E’ grazie a questo enorme e preziosissimo lavoro di riordino e trascrizione, autentica miniera di notizie, se oggi siamo in grado di conoscere molto della vecchia storia parrocchiale.

Nessuno è privo di difetti

11/g

Il tallone d’Achille di don Giovanni Miotti (1749-1821), altra figura d’eccezione fra i parroci di Ponte di Brenta, fu l’accesa verve polemica che dimostrò nei suoi rapporti con Torre.
Ecco il succo dei fatti: come s’è già detto, Torre fu una delle pievi più antiche della diocesi e, come tale, fu chiesa-matrice di alcune altre che un po’ per volta divennero parrocchiali. Ottenuta la completa autonomia dalla Pieve, le chiese-filiali mantennero sempre un rispettoso riguardo di sudditanza onorifica nei confronti della loro chiesa-matrice. Al tempo di don Miotti questa sudditanza si riduceva alla partecipazione dei parroci delle chiese-filiali alla funzione del Sabato Santo nella chiesa arcipretale di Torre per poi riceverne gli Olii Santi ed a offrire un cero all’arciprete.
Come visto, si erano già avuti evidenti segni di insofferenza verso la Pieve di Torre, ma la polemica si fece più aspra quando la contesa fu presa di petto da don Miotti il quale stampò addirittura tre opuscoli rivolti:
- ai massari e arciprete di Torre;
-all’arciprete di Torre ed ai comuni di Torre, Arcella e Mortise;
-ai comuni di Noventa, S. Vito, S. Lazzaro, Cadoneghe, Meianiga, Altichiero e Saletto contro l’arciprete di Torre ed i comuni di Torre, Arcella e Mortise.
Grazie anche a tutto questo dispiegamento che oggi chiameremmo mediatico, don Miotti ottenne, secondo lui, “giustizia” da parte dell’autorità civile e religiosa. Nel 1790 celebrò la sua vittoria in forma davvero poco consona ad un sacerdote, “con chiassi, bagordi, luminarie, spari di mortaretti e letterarie composizioni. Borie e vanità incredibili ma pur vere in uomini di scienza e sacerdoti.” (così il Gloria).
Sempre secondo lo storico quel litigio costò a Ponte di Brenta  la somma, rilevante per quei tempi, di 6.200 lire. E il Gloria annota: “Quanto meglio (sarebbe stato) aver sovvenuti con essa i poverelli!”.

Si devia il Brenta per salvaguardare il paese

12/g

Poco prima (1787) del suo abbattimento, il ponte del 1191 aveva raggiunto una altezza di diciotto piedi (poco meno di 7 metri) rispetto al letto del fiume. L’innalzamento, attuato per gradi e in tempi diversi, era stato deciso “a cagione delle escrescenze (=inondazioni)”. Naturalmente oltre al ponte l’elevazione riguardò anche gli argini.

Il ponte in origine doveva essere alto all’incirca otto piedi (c.ca 2,20 metri). Successivamente fu alzato di altri quattro, poi cinque e sei piedi, tanto da arrivare nel 1780 sui 13-14 piedi (metri 5). L’ultimo intervento, s’è visto, l’aveva elevato fino a 7 metri.
Ma nemmeno una simile altezza era ormai più sufficiente: in pochi anni le acque erano sondarono altre tre volte, sormontando il ponte di mezzo metro e quasi raggiungendo l’altezza dei murazzi, posti a sostegno e difesa del cimitero.
E così nel 1791 venne presa una decisione epocale e si procedette a deviare il fiume per salvaguardare il borgo: “Attese le frequenti sempre maggiori escrescenze della Brenta nostra, le quali mettevano a pericolo evidente non che la chiesa tutta questo paese … le quali giunsero quasi a sormontare l’anno scorso (1790) le mura ossia i murazzi nell’anno stesso suddetto 1786 innalzati cotanto, fu dalla fraterna carità sua il Serenissimo Principe a trasferire oltre a questo borgo sui confini di esso di S. Vito e di Peraga la nostra Brenta vecchia. Mercé della escavazione di un amplissimo alveo nuovo difeso da due grossissimi argini sopra quali sta appoggiato … il bellissimo largo ponte lungo 240 piedi (quasi 86 metri), si è provisto alla sicurezza di questa nostra terra tante volte dalle acque minacciata.”.

Un altare “trafficato”

13/g

Su quello che adesso è l’altare di San Giuseppe, risalente alla seconda chiesa e in origine probabilmente dedicato a S. Lucia, venne collocata almeno sin dal 1640 la statua lignea detta Madonna del Parto che lì vi rimase fino al 1791, quindi anche dopo il rifacimento voluto da don Leonati.
In quell’anno don Miotti la sostituì con il bel Crocifisso che vediamo collocato accanto all’ingresso della sacrestia. Fu una decisione presa dall’assemblea appositamente convocata il 28 maggio, con 73 voti favorevoli e 11 contrari.  
Il Crocifisso restò sull’altare per poco più di un secolo per poi cedere il posto alla statua di San Giuseppe.
Questa statua è opera moderna in legno, fatta da artigiani della Val Gardena ed ha esclusivamente valore devozionale. Quella della Madonna del Parto, pure lignea, è invece antica ed è custodita in canonica.
Il Crocifisso, acquistato a Venezia nel giugno del 1791 e appartenuto ad una congregazione soppressa, costò, visto e piaciuto, “solo lire 62”, dice don Miotti, ma proprio non doveva essere in buono stato se il sacerdote così continua: “A farlo poi pitturare a carne, indorar il diadema, i chiodi, il titolo, e colorir la croce, nel fabro e intagliador che lo rifece in qualche membro offeso, in tutto lire 128.”

Via vai di Francesi e Tedeschi a Ponte di Brenta

14/g

Don Miotti si dimostra cronista attento e scrupoloso e, siccome la sua è una rarissima testimonianza storica di grande valore essa merita di essere qui riprodotta integralmente.
“Serie di cose avenute in questo luogo (in) rapporto alle Potenze belligeranti di Europa, cioè tra Francesi e Tedeschi.”
Essendo successo un fatto d'armi a Bassano tra le truppe Tedesche e Francesi il dì 8 settembre 1796 colla peggio dei Tedeschi; questi fuggendo passarono in gran parte per Ponte di Brenta con circa 300 Carriaggi portandosi a Legnago ove era una forte Guarnigione Tedesca. Ma di lì a otto giorni resasi questa prigio-niera di guerra ai Francesi, si è veduta passare scortata da 20 circa soldati a cavallo dell' esercito francese per questo medesimo luogo verso la Germania, poiché erasi resa cogli onori della guerra. Era questo di soldati 1600.
Tutti i mesi di ottobre, novembre, dicembre e gennaio seguenti si videro sempre soldati e carriaggi tedeschi ora in piccolo, ora in molto numero andare, venire e ritornare. Circa 15.000 di essi ebbero Quartier d'Inverno in Padova fino ai sette del corrente gennaio 1797 in cui scrivo, avendo in quel frattempo veduto questo popolo un distaccamento tedesco custodire il nostro novello Ponte col cannone postato verso Peraga. Ai sette dunque, come sopra, si partì da Padova per Legnago già posseduto ossia occupato (era per altro e fu sempre della Serenissima nostra Repubblica) dalle Truppe Francesi dirette sempre dal Generale in Capite Buonaparte di nazion Corso, e giovane di anni 27.
Due o tre giorni dopo passarono di qua provenienti dal Friuli moltissimi soldati Tedeschi in varie riprese con carriaggi in proporzionato numero e con 27 Carri aventi sopra ciascuno un gran Barcone coi necessari attrezzi per costruire un Ponte onde passar 1'Adige col corpo di 12.000 diretto dal GeneraI Provèra.
Due giorni dopo si videro pochi alla volta ritornare indietro circa mille soldati con vari Carriaggi, e coi Carri dei Barconi già vuoti, e con 7 Barconi avanzati per la costruzione del Ponte. Fu bensì felicemente costruito e posato, ma dai Francesi poi rotto. Fu fatto prigioniero il GeneraI suddetto con quasi tutta la sua truppa. Ciò accadde dai 10 fino ai 20 del gennaio suddetto 1797.
Quando all'impensata giunsero a spron battuto in questo Paese da Padova alle ore 20 del dì 22 otto soldati di Cavalleria Francesi in traccia di Tedeschi. Saputo che non ve ne erano, ritornarono alle 22 al n. di 200 a cavallo lasciando addietro 800 di Fanteria, i quali ritornarono per quella notte in Padova ad unirsi al grosso corpo di 15.000 giunti la stessa sera. Alla mattina susseguente, giorno di domenica, arrivò a Tamburo battente il corpo suddetto di 800 di Fanteria, i quali si divisero parte nel Palagio di Casa Contarini, parte nel Palazzi no di fresco fabbricato, e vuoto d'abitanti di ragion del Sig. Vincenzo Todescato. I 200 poi suddetti di Cavalleria si erano dispersi in varie Case e Palagi di questo stesso luogo la sera stessa del loro arrivo, avendosi il Colonnello e Sergente maggiore, ch'era detto Generale, stabilito nel Palagio degli Ecc.mi Giovanelli.
Furono senza numero i mali, i disordini, i danni recati da questa gente già non più cattolica sin dalla Rivoluzione Francese del 1789, alle case, ai palagi, e ai particolari di questa Terra.
Così andò la cosa fino ai 24 dello stesso (mese) per tre giorni.
Quando alle ore 17 del giorno medesimo si vide giungere ordinatamente il restante del grosso corpo da Padova, a riserva di circa 2000 che uscì per la Porta di Codalonga. Circa 12.000 passarono per (di) qua dalle ore 17 ut supra fino alle 22 con uno spettacolo assai imponente e commovente a un tempo stesso, riflettendosi questo gran Corpo si fermò fino alle 22, come dissi, intanto uccidendo tre buoi, facendo la distribuzione della carne, e del pane per due giorni; e allora si partì tutta, (quei di cavalleria erano in tutti 600) per Cadoneghe, Mejaniga, Vigodarzere ecc. verso Cittadella, e poi a Bassano ove era altra Truppa Tedesca che l'aspettava.
Dopo la partenza di questa infesta gente che fu alle ore 22 del giorno 24 suddetto mi sono recato alle Case di questi Parrocchiani ed ho rilevato che sole Quaranta Famiglie furono le danneggiate il cui danno consiste in fieno, legna, vino e commestibili, per alcuni furti, tra i quali anche un Calice in Casa Rizzi, di un Camice e candele nell'Oratorio di Casa Contarini, che servì anche di prigione ai pochi prigionieri Tedeschi e di alloggio in tutti tre i giorni ad altri soldati Francesi custodi, il cui danno, dicevo, consistente in questi suddetti generi, ascende alla summa ben rilevante di L. 8923, che formano ducati correnti 1439. E se si voglia fare anche per più sicurezza un qualche ribasso del ascendere assolutamente ai Duc. 1250, summa assai pesante per 40 sole Famiglie. A questa summa se si aggiunga il lucro cessante pel forzato riposo di due giorni di tutte le arti, ascende essa certamente ai Ducati 1300 ...”

La Battarella

1/h


A don Miotti non piaceva la tradizione della Battarella, scanzonata consuetudine (ora completamente in disuso) della gioventù campagnola che  durante la prima notte di matrimonio dei vedovi che si risposavano,  andava a far un gran fracasso percuotendo pignatte e barattoli (da qui Battarella), sotto le finestre della loro camera da letto.
Il sacerdote arrivò persino a mandare il 26 Novembre del 1804 una richiesta di proibizione al barone d’Hingenan, regio capitano di Padova, “onde ottenere proibizione dell’abuso o disordine d’insultare al matrimonio dei vedovi colla così detta Battarella e dell’altro dei ragazzi di strepitare e disturbare la notte del primo dell’anno”. Il barone l’accontentò facendogli avere a giro di posta un decreto “d’inibizione” .
C’è però da dubitare sull’efficacia di quella ordinanza, considerato che ancora nell’immediato secondo dopoguerra del ‘900 si verificavano nelle campagne episodi di Battarella. Circa i baccani dell’ultimo dell’anno poi ….

L’imperatore arriva a Ponte di Brenta accolto da 16 angioletti

2/h


“Il dì 18 Dicembre 1815 dovendo di qui passare, da Venezia a Milano, Sua Maestà Imperiale Reale Francesco I, nostro novello Augusto Sovrano, si è eretto un bello maestoso Apparato (=impalcatura) (ed è quello stesso che si allestisce in chiesa per la solenne funzione del Turbine il 17 Agosto) rimpetto alla strada che sbocca da Noventa in faccia a quella che conduce in Verdara (ora Via Ceron), lunghesso il palazzino abitato dai Signori Boldrini con bottega di pizzicagnolo e pistoria (=panetteria), onde fare un religioso incontro col clero in piviale e tonicelle ecc. e con n. 16 angioletti vestiti di bianco a Sua Maestà medesima che con numeroso seguito di carrozze e cavalleria dovea in quella situazione comparire e rivolgersi verso Padova.
Era immenso il popolo da tutte le vicinanze concorso alla comparsa dell’Augusto Sovrano; io e gli altri ministri apparati, con altro clero ancora in cotta, discendemmo dall’alta scalinata dell’Apparato suddetto andandogli incontro col Crocifisso per bacio, e coll’incensiere. Si fermò l’Augusto viaggiatore, con tutta la comitiva (il che poi si seppe che da Venezia a Padova non fece in nessun altro luogo in cui di passaggio venisse aspettato ed incensato) ricevette, a baciar devotamente a capo scoperto il Crocifisso e la incensazione….”
Cronicon (don Miotti)  

Don Miotti viene operato ma l’intervento non riesce e il chirurgo se la dà a gambe

3/h


Don Giovanni Miotti, parroco di Ponte di Brenta, morì ad un’ora pomeridiana del 26 Aprile 1821, dopo essere stato sottoposto ad un’operazione chirurgica eseguita in canonica!
Qualche tempo prima era stato “assalito dalla tormentata malattia della pietra (=calcoli alla vescica)… Per santa obbedienza alla morale di Gesù Cristo, si assoggettò alla crudele operazione del taglio per estrarre la pietra… e tre ore dopo l’operazione, munito dei SS. Sacramenti rese l’anima a Dio…. Durante l’operazione il popolo che lo amava teneramente ansioso di conoscere l’esito, gremiva silenzioso il sagrato e pregava, ed il chirurgo fuggì per timore di questo popolo esasperato non appena intuì la malapiega della difficile operazione….”

Cronicon

L’ultimo e il primo

4/h


A Ponte di Brenta “l’ultimo che fu sepolto nel Vecchio Cimitero, posto tra la Chiesa e la Pubblica Strada”  fu un tal Giovanni Schiesaro fu Lorenzo, di anni 37, il 20 giugno 1824.
Il “primo sepolto nel Nuovo Cimitero, 11 luglio 1824: Giovanni Battista Michelon di Santo di giorni otto”.
Il nuovo cimitero citato dalle cronache parrocchiali è quello in cui a tutt’oggi continuiamo a seppellire i nostri morti.
Un eterno riposo per il giovane Giovanni e un angelo di Dio per Giovanni Battista, che protegga Ponte di Brenta dal Cielo.

Ai tempi del colera

5/h

Nel 1855 anche a Ponte di Brenta infuriò il colera. Dal 3 giugno al 23 settembre, di questa terribile malattia morirono nella zona parrocchiale almeno 24 persone.
Il numero è riferito ai soli funerali di quel periodo registrati nel “Libro dei Morti” dell’archivio parrocchiale.

Grazie alle sue pignatte, Ponte di Brenta era in affari anche con Mantova e Zara

6/h


Siamo nella seconda metà del 1866; Andrea Gloria descrive le fabbriche di Ponte di Brenta: “Ponte di Brenta ha fabbriche di sedie ed anzitutto di stoviglie economiche e rinomate. Sono queste di due sorta: l’una di olle (=recipiente privo di anse per cuocere o conservare commestibili), pentole, caldani (=recipiente per tenervi braci o carboni accesi; scaldino), vasi da cucina ed altri oggetti di varia maniera, resistenti al fuoco; l’altra di vasi per piante da giardino, che al fuoco non resiste.
Se tu entrassi in qualcuna delle loro fabbriche vedresti con quanta facilità si lavorano, onde la ragione del modico lor costo, del grande loro spaccio sino a Mantova e Zara, e quindi del lucro, che se ne ottiene. Né tu creda che la terra per comporle si prenda tutta dai dintorni. Proviene per molta parte dai nostri Colli Euganei, segnatamente dalla valle che sta ai piedi del monte della Zucca.
Dii quella terra si ammanniscono grandi palle, che indi portansi al vicino canale di Mezzavia, ove i fabbricatori di Ponte di Brenta vanno a comprarle … dai dintorni di Ponte di Brenta si toglie l’argilla per formare solo i vasi ad uso di piante da giardino, taluni molto grandi e ornati a festoni e mascheroni”.
Di quelle fabbriche resta solo qualche piccola memoria scritta ed il nome della via nella quale erano situate: Via delle Ceramiche.

I diritti dei Soci della Scuola del Suffragio

1/i


All’inizio del secolo scorso, per poter far parte di questa Compagnia dopo che la domanda era stata approvata dal parroco-presidente e dai consiglieri, bisognava pagare una tassa d’iscrizione di 2 lire e una quota mensile di 25 centesimi, salvo il mese di luglio in cui si dovevano versare 35 centesimi.

I soci godevano dei seguenti benefici: partecipavano al bene spirituale (vivi e defunti) di 12 S. Messe all’anno, oltre alla Messa celebrata “nella solennità del SS.mo Redentore, che è la festa annuale della Scuola”; avevano in morte al diritto di un’ufficiatura con una S. Messa, oltre a quello d’essere accompagnati “al cimitero da almeno 12 consorelle e da altrettanti confratelli.” e al diritto annuale, durante l’Ottavario dei Morti, della “Ufficiatura solenne per tutti i soci e socie defunti.”
Inoltre, la Scuola disponendo in proprio di un carro funebre informava che lo stesso “… viene usato gratuitamente da ogni socio defunto, la Scuola provvede anche con la cassa al nolo per il cavallo.”
Un unico importante avvertimento: “Non avrà alcun diritto ai suffragi chi morisse nei primi 4 mesi dopo l’iscrizione e chi fosse in arretrato col pagamento di un anno.”

Oratorio Madonna di Pompei

2/i

Probabilmente pochi sanno dove si trovava l’Oratorio della Madonna di Pompei a Ponte di Brenta, anche se moltissime persone vi sono passate chissà quante volte avanti e indietro e persino sostato per riunioni e lezioni di catechismo.
L’oratorio fu fatto costruire nel 1907 dall’allora parroco don Carlo De Poli e non è altro che la costruzione che ancor oggi si trova addossata al fianco della chiesa, dal lato di Piazza Barbato. Fu utilizzato a scopo religioso solamente in qualche rara occasione e unicamente nei primi anni di vita, mentre successivamente venne impiegato come ripostiglio e persino come custodia di biciclette fino alla sua ristrutturazione avvenuta nell’immediato dopoguerra.
La realizzazione dell’opera, costò esattamente L. 7.270,20 che ai giorni nostri -rif. 2011- corrispondono a € 27.477 (di cui € 6.276 per manodopera).
La trasformazione (soprattutto interna) del fabbricato, così com’è attualmente risale al 1950 ed è costatata oltre 1 milione di lire (€ 17.500).
Una “ritoccata” è stata fatta nel 1983 con la sistemazione delle stanze del piano inferiore (nuovi pavimenti e applicazione di controsoffitti).
Nelle aule del piano superiore si fanno ancora lezioni di catechismo, mentre il piano sottostante è utilizzato dalla Caritas parrocchiale, salvo una stanza adibita a riunioni.

Anche la nostra parrocchia un tempo ha avuto la “cucina economica”

3/i

Don Carlo de Poli (parr. 1891-1924) di carattere mite, sensibilissimo, come è stato scritto, e che soffrì terribilmente tanto da essere definito il “paziente Giobbe”, oltre a volere l’Oratorio della Madonna di Pompei, pensò di aprire in parrocchia una “cucina economica” come veniva chiamata fino a qualche decennio fa la mensa per i poveri (oggi questa forma di assistenza a Padova è conosciuta come “cucine popolari”) con il determinante aiuto della famiglia Giovanelli.
L’attività funzionò per soli sette anni con grande beneficio delle persone indigenti. Purtroppo decadde con la morte della principessa Maria Chigi-Giovanelli che la dirigeva e sosteneva economicamente: la parrocchia non aveva sufficienti mezzi per continuare per proprio conto nella benemerita iniziativa.

Freddo polare e siccità spaventosa

4/i

“Meritano di essere ricordati i due flagelli che colpirono la nostra zona r cioè il freddo siberiano polare che durò per quasi un mese dall’ultima decade di Gennaio al 22 febbraio 1929. Fu superiore al grande freddo del 1879, come asseriscono i più vecchi.
Vi furono anche molti morti per assideramento con due casi anche in parrocchia.
Non si patì la fame, ma fu necessario che il Comune e Comitati di beneficienza provvedessero farina e generi da distribuirsi gratuitamente ai più bisognosi. Per più di venti giorni furono sospese le Scuole; se non per assoluta necessità si usciva di casa, perché ci si agghiacciava. L’acquedotto rimase agghiacciato per un mese, gli stessi treni dovettero spesso sostare. Campagne intere di viti morirono e altre innumerevoli piante.
La temperatura per tutta la durata si mantenne sui 24 e 25 gradi sotto zero.
All’inverno così crudele seguì una seconda annata di siccità, pure generale, con rovina completa dei raccolti e con la conseguente miseria di tutte le famiglie, ma in particolare dei contadini.
Nella primavera la pioggia si fece vedere, e scarsa assai, una sola volta e soltanto in autunno ai primi di settembre cadde ancora. Anche l’estate del 1928 era stato terribile per la siccità”.

dal Cronicon (archivio parrocchiale)

Due ore di gloria

5/i


Ponte di Brenta ha vissuto sul finire degli anni ‘20 del Novecento un momento di notorietà, salendo agli onori della cronaca per l’inaugurazione del Monumento ai Caduti che si trova in piazza Barbato. Ecco come il Cronicon descrive la cerimonia:
“La domenica 22 Settembre 1929 resterà memorabile per la augusta visita di S.A.R. Umberto di Savoia, Principe di Piemonte e Principe Ereditario, venuto ad inaugurare il monumento ai gloriosi Caduti (quelli della guerra ’15-18) costruito nella vasta piazza S. Marco (così allora si chiamava quella che nel secondo dopoguerra verrà rinominata Piazza Barbato).
Fu un insigne onore a Ponte di Brenta fu così equiparata ad una delle nostre città.
La popolazione seppe accogliere l’erede al trono, il figlio del Re Vittorioso Vittorio Emanuele III in modo da renderlo pienamente soddisfatto. Egli arrivò a Ponte di Brenta col treno reale e fu incontrato alla stazione ferroviaria da tutte le civili, politiche e militari autorità di Padova e da S.E. Mons. Elia Dalla Costa, Vescovo di Padova.
La sua permanenza a Ponte di Brenta fu dalle ore 4,30 alle ore 6,30 pomeridiane. Egli fu ospite della Fondazione V.S. Breda …
Il Vescovo, presente il principe in piazza, benedì il monumento e così i nostri morti in guerra, furono degnamente ricordati”.

La tromba d’aria del 1942, abbatte alberi e scoperchia case

6/i
“… Nel pomeriggio (28 Settembre 1942), verso le ore 15, grossi nuvoloni si accavallano, … Quand’ecco un colore rossastro avvolge l’orizzonte: un vento infernale passa con furia feroce. Migliaia e migliaia di persone affollavano in quel momento lì ippodromo Breda. Le tribune, ove si accalcavano folle di spettatori, sono scoperchiate. Le grosse lamiere sono portate dal soffio del vento qualche chilometro lontano. Alberi di 150 quintali sono divelti; case scoperchiate; muraglie abbattute; persone fatte volare qualche centinaio di metri lontano.
Le giostre sul piazzale sono librate in aria dalla furia del vento e cadono sfasciate. La chiesa è riparo dei passanti.
Molti feriti all’ippodromo Breda. Una bambina è denudata dall’acqua e dalla ressa. La Croce Verde e macchine di piazza fanno la spola tra Ponte di Brenta e Padova per trasportare i feriti. Molte persone, anche di quelle che si professano atee o indifferenti, invocano Dio.
Danni ingenti alle piante e alle abitazioni. Il bosco della fondazione Breda appare spogliato dei suoi alberi secolari. La muraglia divisoria della canonica colla corte Massarotto è abbattuta.
Mentre nei paesi vicini le chiese hanno subito danni anche gravissimi … la nostra è rimasta illesa … Il treno fu interrotto per due ore essendo caduti sui binari i pali dei fili.
Anche il tram rimase sospeso: non funzionava. E la notte tutta la borgata dovette rimanere senza luce. San Marco tuttavia ha protetto tutti noi (e, penso io, il vostro santo parroco don Domenico Leonati).
In parrocchia danni alle case e grande spavento, ma le persone incolumi”.
Così il parroco don Francesco Peruzzo descrive con efficacia nel Cronicon, la tromba d’aria abbattutasi su Ponte di Brenta, dopo quella del 17 Agosto 1756.

La via dedicata a don Leonati

7/i

Forse non è molto noto che a don Domenico Leonati (1703-1793), il più celebre parroco di Ponte di Brenta, costruttore dell’attuale parrocchiale, la città di Padova ha dedicato una via sin dal 1963.
Si trova in zona San Carlo, nella parrocchia di San Gregorio Barbarigo.
E’ una strada di periferia che da Via Ferrero scorre dietro il complesso sportivo del Plebiscito fino a confluire in via del Bigolo che, passando sotto l’autostrada e la tangenziale Nord, a sua volta si immette un po’ più avanti in Via Torre.

Quanti siamo e....quanti eravamo

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Attualmente (marzo 2012) la Comunità parrocchiale è composta da 1478 famiglie per un totale di 2933 anime, con una media di 1,98 persone per nucleo familiare.
I maschi sono 1363, le femmine 1570.

Ecco invece i risultati del censimento fatto a Ponte di Brenta il 5 giugno 1789:

“Num. 233 Famiglie di qualunque genere.
Ragazzi Maschi dalla prima età sino agli anni 14  n. 110
Uomini dagli anni 14 sino alli 60    n. 240
Vecchi dagli anni 60 in poi    n.   91
Ragazze e Donne di qualunque età   n. 474
     _________
  Total dell’Anime n. 915

Preti provvisti di Beneficio o Cappellanie col Parroco n.     2
Preti non provvisti di beneficio alcuno   n.     3
Chierici       n.     2
Ospitali dai poveri Pellegrini    n.     1
Negozianti      n.     3
Botteghe e loro assistenti    n.     7
Artigiani e altri Manifattori d’ogni genere  n. 250
Professori d’Arti Liberali    n.     1
Cavallanti e Nolezzini     n.     3
Carrettieri e Mulattieri     n.     2
Patroni e uomini di barca    n.     2
Lavoranti di Campagna     n.   75
Questuanti e vagabondi    n.   12

Bovini Maschi e Femmine di qualunque uso  n.   28
Cavalli da ogni uso     n.   24
Somarelli      n.     3
Pecorini      n.   73
Telari da Pani di Lana     n.   23
Telari da Cordele di Filo     n. 120”

dal Cronicon (archivio parrocchiale)


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